Avete presente quando ripetete una parola tante volte e questa sembra gradualmente perdere di significato?
Si tratta di un fenomeno psicologico chiamato semantic satiation, un meccanismo che il nostro cervello adotta per risparmiare le energie necessarie a registrare il significato dei suoni che ascoltiamo.
Il cervello sente una parola la prima volta, la registra, la sente una seconda, la registra, e così via fino a che non si rende conto che conosce già quella parola e decide di non fare più quello sforzo.
Ecco, a volte ho la sensazione che sia ciò che accade con la parola “decarbonizzazione” o “elettrificazione”.
Visitando una fiera di settore o sfogliando una rivista specializzata, le macchine elettriche dominano la scena.
Ma è davvero questa la fotografia reale del mercato?
Francesca Marchesini, Channel Manager di Kohler
Il mio punto di partenza
Essendo parte della generazione millenial e lavorando per un’azienda produttrice di motori a combustione, tradizionali e ibridi, che ha recentemente acquisito un’azienda di controller per macchine elettriche, osservo questo trend con un misto di ammirazione e cautela.
È innegabile che l’elettrificazione offra vantaggi significativi in termini di sostenibilità e di riduzione delle emissioni. Tuttavia, sono anche consapevole che l’elettrificazione non sia una panacea universale.
Certo, considerata l’azienda in cui lavoro, il mio punto di vista potrebbe sembrare di parte e questa percezione potrebbe farvi terminare qui la lettura dell’articolo, aspettandovi già le mie conclusioni.
Vi capisco: nessuno vive senza pregiudizi e la realtà in cui viviamo influisce sul nostro modo di percepirla e allo stesso tempo contribuisce a rafforzarla; questo però vale per tutte le parti.
Quello che possiamo fare è coltivare uno spirito critico, cercando di metterci sempre in discussione per non restare cristallizzati nelle nostre opinioni. O peggio, in pregiudizi mai seriamente messi in discussione.
Transizione ecologica ed elettrico, cosa ci raccontano i numeri
Una cosa che mi colpisce molto rispetto al trend dell’elettrificazione è la discrepanza tra i dati di mercato e le “vetrine”, che siano le fiere o le riviste di settore.
Mentre alle fiere il numero di macchine elettriche agli stand è sempre più alto e si perde il conto degli articoli sui nuovi lanci di macchine elettriche, secondo gli ultimi dati di Off-Highway Research il mercato dell’elettrico avrà un successo rilevante solo in Cina.
Nel resto del mondo, il 2023 si è assestato su una cifra inferiore all’1 per cento, con un migliaio di macchine elettriche vendute, a fronte di un totale di oltre 200mila.
La crescita è rapida, ma non destinata a decollare nei prossimi 5 anni. In Europa il mercato più grande è la Norvegia, il che è tutto dire, ma principalmente grazie alle regolamentazioni, in quanto l’argomento economico non è ancora abbastanza forte.
A frenare le OEM e i loro clienti, tra cui i noleggiatori, troviamo dubbi sempre più comuni sul valore residuo e sulla seconda vita delle macchine; ma anche perplessità dal punto di vista tecnico, in parte già raccontate su queste pagine, in parte legate ad aspetti come le prestazioni delle batterie in climi molto caldi o molto freddi, i pericoli di incendio, la possibilità di ricarica nei luoghi di utilizzo.
Disponibilità energetica e fabbisogno
A queste incertezze si aggiunge il limite oggettivo della disponibilità energetica e della capacità di stoccaggio della stessa.
Mi si perdoni l’autoreferenzialità, ma ho trovato un calcolo (pag 23, Powertrain aprile 2024) del nostro GM Product Strategy Massimiliano Bonanni molto chiaro: immaginando che il numero di auto oggi circolanti in Italia (circa 40 milioni) siano tutte elettriche e considerando la capacità della rete elettrica italiana, a patto che le ricariche avvengano a intervalli regolari tenendo sempre occupati dei supercharger,sarebbe necessario il 20 per cento in più della potenza elettrica lorda installata e un ampliamento significativo della rete.
Ammesso che sulle infrastrutture si possa lavorare, come si potrà generare l’energia richiesta in aggiunta? Saranno sufficienti le fonti rinnovabili? E qui stiamo parlando solo di automobili.
Dal punto di vista strettamente umano, è molto frustrante vedere come un legittimo desiderio di innovazione si scontri a più livelli con la realtà.
Quello che conforta è vedere che, per una volta, il progresso tecnologico non nasce puramente dalla ricerca del profitto (il ritorno dell’investimento, anzi, è attualmente uno dei principali ostacoli), ma da una necessità di benessere sociale. E questo lo trovo molto interessante.
Decarbonizzazione = elettrificazione?
Con un contesto di elevata pressione per raggiungere gli obbiettivi climatici, l’attenzione si è focalizzata intensamente sull’energia elettrica, in quanto soluzione più attuabile.
Personalmente, ho l’impressione che ci sia stata una semplificazione comunicativa che ha sovrapposto il concetto di decarbonizzazione a quello di elettrificazione, escludendo a priori altre soluzioni e creando un’opposizione tra elettrico e combustione, tra bianco e nero, tra Harry Potter e Voldemort, in cui nessuno vive se l’altro sopravvive (da brava millenial, la citazione a Harry Potter non può mancare).
Eppure, il panorama tecnologico per ridurre significativamente le emissioni di CO2 è vario, basta leggere molti articoli e studi disponibili in rete.
Queste soluzioni, come i biocarburanti e l’idrogeno, sebbene promettenti, richiedono ancora esplorazione e investimenti considerevoli per diventare pienamente operative e scalabili.
È però importante che l’attenzione politica e mediatica non si focalizzi esclusivamente sull’elettrico, ma consideri l’intero spettro di opzioni disponibili poiché, in base al tipo di macchina e alle condizioni di utilizzo, se si vuole continuare a produrre si dovranno accettare soluzioni di nature diverse.
Questo potrebbe significare, per esempio, sostenere le aziende perché possano investire in ricerca e acquisizione di conoscenze che non appartengono ai propri modelli di business originali.
Come si può pretendere dal settore che inizi a sviluppare prodotti nuovi e con tecnologie mai usate prima, in aggiunta a quelli di sempre, a parità di risorse economiche e umane?
Zero greenwashing zone
Il greenwashing è un’altra sfida che dobbiamo affrontare con onestà e trasparenza.
Non basta etichettare un prodotto come “green” solo per ripulire la coscienza aziendale o per ragioni di marketing.
Dichiarare “zero emissioni” guardando solo all’uso delle macchine è sicuramente uno standard molto comodo ma, in un’ottica più ampia, non inattaccabile dal punto di vista ambientale.
Per esempio, trovo paradossale pensare di ricaricare macchine elettriche con generatori diesel, o non fare mai riferimento alla fonte dell’energia elettrica utilizzata.
Sappiamo anche che le emissioni del settore sono legate solo in parte all’utilizzo delle macchine. Per esempio, la società che coordina il più grande cantiere europeo, quello del Grand Paris Express, ha stimato che il 70 per cento delle emissioni del progetto vengono generate dal cemento e dall’acciaio (fonte: www.grandparisexpress.fr).
Sia chiaro, non voglio fare benaltrismo, ma sottolineare ancora una volta la necessità di ampliare lo sguardo senza nascondere la polvere sotto un bel tappeto (verde).
I clienti sono sempre più informati e sensibili ai temi ambientali, e non si lasciano ingannare facilmente, in particolare le nuove generazioni.
La comunicazione aziendale deve essere coerente, onesta e sincera, perché le parole che raggiungono i clienti sono le stesse che ascoltano le potenziali collaboratrici e collaboratori.
E, come è stato evidenziato durante il recente summit di IPAF, Gen Z e millenials sono molto attenti alla sostenibilità ambientale delle aziende che li cercano.
Un paradigma di sostenibilità
In conclusione, sappiamo bene che l’elettrificazione è e rimarrà parte del processo di decarbonizzazione, non sono certo qui a dire il contrario, ma sappiamo anche che non può essere l’unica modalità per la sua realizzazione.
Viviamo in una realtà complessa, e non possiamo aspettarci soluzioni semplici. Ancora più complessa se pensiamo che nessuno vuole compromettere i propri obiettivi di produttività e crescita economica.
Quello che auspico per il settore è un modus operandi basato su un’analisi trasparente e critica della realtà, che metta in luce le difficoltà e le potenzialità.
Si tratta di un impegno significativo in termini di responsabilità individuale e collettiva, che necessita di un coinvolgimento attivo e concreto delle istituzioni.
L’obiettivo è però molto ambizioso: promuovere una ricerca che conduca a una transizione ecologica autenticamente sostenibile e a lungo termine.