Sicurezza sul lavoro, il nostro settore è davanti a una scelta

Sicurezza sul lavoro, la nostra intervista a Maurizio Quaranta di IPAF
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Ci sono momenti in cui si deve avere il coraggio di smettere di raccontarsela, e questo è uno di quei momenti.

Mentre il dibattito pubblico continua a oscillare tra statistiche e dichiarazioni di circostanza, la realtà resta brutale: in Italia si continua a morire sul lavoro e i contesti in cui operano i mezzi di sollevamento aereo è uno dei più toccati, come abbiamo visto nei recenti fatti di Palermo e Modena. Operai che perdono la vita mentre lavorano, famiglie distrutte, cantieri che diventano luoghi di disgrazia. Non per fatalità, ma per una somma di leggerezze, omissioni e scelte sbagliate che il sistema, troppo spesso, tollera.

In questo contesto, parlare di sicurezza non è un esercizio retorico, è una linea di demarcazione tra imprese che costruiscono valore e imprese che lo distruggono.

È qui che il ruolo di IPAF diventa imprescindibile: come presidio di formazione di qualità, ma anche come avamposto culturale e operativo che da anni porta avanti, con coerenza, una battaglia concreta. Alzare gli standard, qualificare le competenze, eliminare le scorciatoie.

Una battaglia che oggi trova un momento di sintesi e rilancio nell’imminente appuntamento di IPAF Anch’io, un evento che vuole rappresentare un punto di presa di responsabilità collettiva. In questo scenario si inserisce la riflessione, netta e senza concessioni, di Maurizio Quaranta, Regional Manager IPAF.

Nella nostra chiacchierata, fatta proprio durante la Giornata Mondiale dedicata alla Sicurezza e alla Salute sul lavoro (mentre mettevamo a punto gli ultimi dettagli di IPAF Anch’io) abbiamo voluto mettere in discussione abitudini, linguaggi e alibi di un intero comparto. Ne viene fuori un messaggio forte, inserito nella linea che da tempo Rental Blog e IPAF portano avanti: cultura della sicurezza, responsabilità vera, rifiuto delle scorciatoie, lotta alla superficialità e alla rassegnazione.

Non è certamente un’analisi comoda. È però una chiamata diretta al settore: scegliere da che parte stare.

Il commento sulle ultime tragedie sul lavoro

Maurizio, da dove bisogna partire oggi, dopo l’ennesima serie di tragedie sul lavoro?

Bisogna partire da una frase semplice: siamo stufi. Davvero stufi. Perché ogni volta il copione è lo stesso: c’è il morto, c’è il cordoglio, c’è la dichiarazione di rito, poi arrivano le giustificazioni. Una volta manca la formazione, un’altra la manutenzione, un’altra ancora l’organizzazione. Ma il risultato non cambia mai: qualcuno non torna a casa dal luogo di lavoro.

Maurizio Quaranta, Responsabile di IPAF per l'Italia

Maurizio Quaranta

E allora basta raccontarcela. Non siamo davanti a fatalità imprevedibili. Nella stragrande maggioranza dei casi siamo davanti a errori, omissioni, leggerezze, decisioni sbagliate. E quando continui a vedere tre morti al giorno, non puoi più rifugiarti nelle formule buone per ogni stagione. Devi dire la verità: così non va, e non da oggi.

Ha ancora senso parlare di “morti bianche”?

No. E lo dico in modo brutale: non c’è niente di bianco in tutto questo. È un’espressione che rischia di pulire le coscienze, di rendere neutro ciò che neutro non è. Quando una persona cade da una piattaforma aerea, da un ponteggio, da un tetto; quando viene travolta, schiacciata o uccisa in un contesto dove c’erano doveri precisi da rispettare, non siamo nel campo del destino o della sfiga. Siamo nel campo delle responsabilità. Le parole contano. Se continuiamo a usare formule che addolciscono la realtà, continueremo anche a ridurre il problema a una parentesi emotiva.

Invece qui serve chiamare le cose con il loro nome: mancanze, negligenze, superficialità, scelte aziendali sbagliate, controlli insufficienti. Solo così si può cominciare a cambiare qualcosa.

Le morti sul lavoro continuano. Perché?

Qual è l’aspetto più grave?

Il punto grave è che ci stiamo abituando. Questa è la cosa più oscena. Tre morti al giorno e il Paese non esplode di indignazione. Ci sdegniamo a intermittenza, per qualche ora, poi torniamo a parlare d’altro. È esattamente la distanza dalla realtà che da tempo denuncio: ci riempiamo la bocca di sicurezza, innovazione, sostenibilità, ma poi nei cantieri, nei piazzali, nelle officine, troppo spesso vincono ancora la fretta, il risparmio e il “tanto non succede”. E allora la domanda resta quella: dove viviamo? In un Paese moderno non si può considerare normale uscire di casa per lavorare e non sapere se si rientrerà. Non è civiltà questa. Non è sviluppo. Non è impresa sana. È una deformazione culturale che abbiamo tollerato troppo a lungo.

Eppure, si dice, la formazione c’è, i controlli pure, le manutenzioni sono rispettate… Perché si continua a morire?

Perché troppo spesso restano parole. Parole ripetute dopo ogni tragedia. Formazione. Manutenzione. Verifiche. DPI. Procedure. Tutto giusto, per carità. Ma se continuiamo a ripeterle solo dopo i funerali, significa che non le stiamo applicando davvero.

Sicurezza sul lavoro, in Italia continuano a esserci in media tre morti al giornoNon basta mandare qualcuno a un corso tanto per avere un attestato. Non basta un documento firmato per mettersi la coscienza a posto. Non basta una verifica fatta di corsa. La sicurezza non è burocrazia da esibire: è comportamento quotidiano, è rigore, è organizzazione, è coerenza. E soprattutto è una scelta che costa impegno, serietà e talvolta anche soldi. Ma il problema è proprio qui: troppi considerano ancora la sicurezza un costo da comprimere invece che un valore da difendere.

La sicurezza come scelta d’impresa e responsabilità

Se la sicurezza è un investimento, cosa diventa quando i costi vengono messi sotto controllo?

La sicurezza è prima di tutto una scelta d’impresa. Le aziende governate si vedono proprio lì: quando i margini si stringono, quando il mercato spinge al ribasso, quando i tempi si accorciano, quando bisogna decidere se investire davvero oppure cercare la scorciatoia. È in quel momento che capisci chi hai davanti. Chi pensa che la sicurezza sia un fastidio, un pezzo di carta, un obbligo da sbrigare al minor prezzo possibile, sta preparando il terreno agli incidenti. Al contrario, una formazione seria, una manutenzione corretta, procedure reali e controlli fatti bene rendono l’azienda più forte, più credibile, più efficiente. Non è retorica: è cultura industriale.

C’è un evidente problema di responsabilità personale…

Certo che sì. E guai a nascondersi dietro il “colpa di tutti, colpa di nessuno”. Le responsabilità sono concrete. Sono di chi chiude un occhio o si volta dall’altra parte. Di chi firma senza verificare. Di chi accetta corsi-fantasma. Di chi tollera comportamenti da superman in cantiere. Di chi non ferma un lavoro quando vede che non ci sono le condizioni per farlo in sicurezza. Di chi preferisce il patentino alla competenza.

Però attenzione: non si può scaricare tutto sul lavoratore. Non basta dire “contiamo su di te” se poi il sistema non mette le persone nelle condizioni di lavorare bene. La sicurezza non è un atto individuale isolato. Deve essere il risultato di un ecosistema fatto di impresa, formazione, controlli, leadership, organizzazione e cultura. Se il sistema non funziona, il singolo da solo non basta.

ipaf informa formazione sicurezza

Qual è la responsabilità principale del sistema?

È enorme, evidente. Ispettori insufficienti, controlli discontinui, pressione feroce sui costi, subappalti gestiti male, superficialità diffusa, mercato che premia troppo spesso chi taglia invece di chi investe. È un insieme di fattori che crea un terreno fertile per gli incidenti. La verità è che questa realtà la vediamo tutti, ma troppo spesso facciamo finta di non vederla. Se vogliamo essere onesti, dobbiamo dirlo chiaramente: il problema non è solo tecnico, è culturale e politico. Finché la sicurezza resterà un tema da convegno o da emergenza momentanea, non cambierà nulla. Serve continuità, serve volontà, serve una filiera che smetta di premiare le scorciatoie.

L’impegno in prima linea di IPAF

In questo contesto, dove si colloca IPAF?

IPAF si conferma in prima linea. Senza ambiguità. Lo è da anni attraverso la formazione seria, la qualificazione degli operatori, il lavoro con i centri formativi, la diffusione di buone pratiche e una battaglia culturale che non può fermarsi davanti alla rassegnazione. Noi non ci rassegniamo all’idea che la sicurezza sia un tema marginale. Non ci rassegniamo all’idea che basti un attestato qualsiasi, che un controllo sia superficiale o un’abitudine diventi pericolosa per poter dire “siamo a posto”. Continueremo a insistere su formazione rigorosa, uso corretto delle attrezzature, responsabilità diffusa e qualità. Perché lavorare in sicurezza significa proteggere la vita delle persone e costruire imprese più serie, più solide, più credibili.

Quale messaggio vuoi lasciare al settore alla vigilia di IPAF Anch’io?

Che non possiamo più accettare questo andazzo. Non possiamo accettare che nel 2026 si continui a morire sul lavoro come decenni fa. Non possiamo più tollerare tre morti al giorno sui luoghi di lavoro. Qui non stiamo parlando più di statistiche, parliamo di persone. E la sicurezza non si costruisce dopo un incidente, si deve farlo prima, nelle scuole, nelle strade, nelle palestre, nel rispetto verso sé stessi e verso gli altri.

La sicurezza si costruisce con atti politici e impegno imprenditoriale, quando si decide di investire davvero, quando formare le persone è una priorità, quando i controlli sono fatti seriamente, quando si pretende professionalità e si ha il coraggio di fermare un lavoro fatto male, quando si smette di considerare normale ciò che normale non è. Il nostro settore oggi deve scegliere da che parte stare: se dalla parte dell’alibi o dalla parte della responsabilità. Io, noi, IPAF, lo sappiamo bene da che parte stiamo.


L’appuntamento con IPAF Anch’io è il 22 maggio a Villa Baiana (BS). Per partecipare ci si iscrive qui

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