La sicurezza è una missione condivisa

Maurizio Quaranta
A dieci anni dall’inizio del suo percorso in IPAF, Maurizio Quaranta è oggi una figura chiave nella crescita della federazione in Italia. Oltre a guidare il coordinamento dei due Consigli italiani – l’INIC e il TWG – affianca il lavoro dei centri di formazione e contribuisce alla definizione delle politiche di sviluppo insieme alla sede centrale. Oltre al nostro Paese, segue anche il Canton Ticino e la Grecia.
Nel corso degli anni, la sua attività si è ampliata ben oltre la gestione operativa, rendendolo a conti fatti un vero e proprio punto di riferimento per tutti gli attori coinvolti, dai costruttori ai centri di formazione.
In un mercato dove il tema della sicurezza non ottiene ancora l’attenzione che merita, porta avanti una visione concreta e ambiziosa: rendere la formazione un valore riconosciuto e condiviso.
In questa intervista esclusiva, affrontiamo con lui alcuni temi chiave per il settore del sollevamento, tra cui la crescita di IPAF in Italia, i freni culturali e strutturali alla diffusione della formazione di qualità, il ruolo strategico del noleggio e l’impegno della Federazione nella lotta alle “morti bianche”.
La crescita di IPAF in Italia
Nel 2024, IPAF ha superato le 3.000 PAL Card emesse in Italia: qual è la tua lettura di questo dato?
È un dato senza dubbio positivo, che ci infonde fiducia ma allo stesso tempo ci impone una riflessione. Superare le 3.000 PAL Card in Italia nel 2024 significa che il lavoro di promozione della formazione qualificata nell’uso delle PLE sta portando frutti, che il nostro network è attivo e che vi è una sensibilità crescente sul tema della sicurezza. Ma al tempo stesso sappiamo bene che questo numero è ancora troppo basso rispetto al potenziale reale del mercato italiano.
Quindi, dobbiamo guardare a questo dato come a un punto di partenza: la strada da fare è ancora lunga e passa dalla promozione culturale, dalla vigilanza, da una maggiore consapevolezza da parte delle imprese e da un impegno collettivo per contrastare l’improvvisazione e la formazione superficiale.
Considerando l’elevato standard qualitativo della formazione IPAF, quali pensi siano oggi i principali freni a una sua diffusione su scala ancora più ampia nel mercato italiano?
Paradossalmente, l’elevato standard qualitativo di IPAF è uno dei principali ostacoli: richiede investimenti in tempo, risorse e competenze che non tutti sono disposti a sostenere. Questo porta spesso a una competizione al ribasso, dove la priorità non è la qualità dell’insegnamento ma la velocità del rilascio dell’attestato, la comodità logistica o, peggio, il prezzo più basso.
A questo si aggiunge una scarsa percezione del rischio e la tendenza a considerare la formazione solo un obbligo normativo. Sicuramente, se i controlli sugli attestati, sulle competenze reali e sull’effettivo rispetto delle norme fossero più stringenti, la formazione di qualità sarebbe non solo più diffusa, ma anche più valorizzata.
Il nostro compito, quindi, è duplice: da un lato continuare a garantire un’offerta formativa solida e riconoscibile, dall’altro lavorare sul terreno culturale, per far comprendere che sicurezza e professionalità vanno di pari passo, e che non si può davvero risparmiare quando in gioco c’è la vita delle persone.
IPAF Italia, la formazione come investimento strategico
Come si può fare in modo che la formazione, una più attenta pianificazione e in generale la cultura della sicurezza non siano percepite come costi ma come investimenti strategici?
È una domanda cruciale, che tocca uno dei nodi centrali della sicurezza sul lavoro oggi. In un settore come il nostro, in cui le pressioni su tempi, costi e margini sono sempre più forti, il rischio è che la sicurezza venga vista semplicemente come qualcosa a cui “adempiere”, quando non addirittura come un ostacolo. Invece dovrebbe essere considerata una leva strategica, un valore da interiorizzare.
La formazione, ad esempio, non è un costo da sostenere ma una garanzia di efficienza. Un operatore ben formato manovra una PLE con maggiore consapevolezza, riduce i rischi di incidenti, preserva l’integrità della macchina, lavora con meno stress e maggiore autonomia. Lo stesso vale per una buona pianificazione degli interventi, che consente di anticipare criticità, ottimizzare l’impiego delle risorse e ridurre i tempi morti. La sicurezza, insomma, non rallenta: rende tutto più fluido, professionale e sostenibile nel tempo.
Dobbiamo poi considerare il danno, non solo umano ma anche economico, che un incidente comporta: fermo macchina, costi legali, inchieste, reputazione aziendale compromessa, aumento dei premi assicurativi… Tutto questo ha un impatto ben maggiore rispetto all’investimento iniziale in formazione o nella predisposizione di un piano operativo ben strutturato.
Quindi è anche una questione di cultura d’impresa.
Assolutamente. In Italia, da questo punto di vista, dobbiamo ancora cambiare passo. E questo può avvenire solo attraverso un’azione congiunta: formazione qualificata, campagne di sensibilizzazione efficaci, strumenti di analisi come la nostra banca dati sugli incidenti e soprattutto testimonianze dirette da parte di chi ha vissuto sulla propria pelle un evento critico.
L’impatto positivo del noleggio…
Il mercato del sollevamento sta attraversando una fase di rallentamento a livello di macchine vendute, ma il noleggio cresce e rimane il motore principale della loro diffusione. Quali ritieni che siano oggi i punti di forza e di debolezza del noleggio in Italia nel settore del sollevamento?
È vero: oggi in Italia – come in buona parte d’Europa – il mercato delle vendite di macchine per il sollevamento vive una fase di contrazione, dettata da fattori congiunturali come l’incertezza economica, il rialzo dei tassi e la volatilità dei costi. In questo scenario, il noleggio emerge come la forma prevalente e più dinamica di accesso alle piattaforme aeree, e lo sarà sempre di più. Ma, come ogni modello, porta con sé luci e ombre.
Tra i punti di forza, va riconosciuto innanzitutto il ruolo centrale che i noleggiatori svolgono nella diffusione delle PLE: rendono accessibili tecnologie evolute a realtà che altrimenti non potrebbero permettersele, offrono flessibilità operativa e garantiscono la disponibilità immediata della macchina giusta per ogni lavoro. Questo contribuisce in modo decisivo alla modernizzazione del parco macchine circolante.
Un altro aspetto positivo è che molti noleggiatori stanno investendo con serietà in manutenzione, digitalizzazione e formazione, elevando così il livello complessivo del servizio. Alcune aziende, anche grazie alla partnership con IPAF, stanno facendo della cultura della sicurezza un asset distintivo, fornendo non solo la macchina ma anche formazione, assistenza tecnica, gestione documentale e consulenza normativa.
…e gli elementi di debolezza
Quali sono invece gli elementi di debolezza?
Il primo punto debole riguarda la pressione sui prezzi, che spesso rischia di tradursi in una riduzione della qualità del servizio. Altro nodo critico è quello della disomogeneità del settore: accanto a noleggiatori strutturati e competenti, vi sono ancora operatori improvvisati che non garantiscono i livelli minimi di sicurezza e professionalità. Questo danneggia l’immagine dell’intero comparto e crea una concorrenza sleale che va contrastata con strumenti di qualificazione e autoregolamentazione.
Infine, serve una maggiore attenzione alla formazione del cliente: chi noleggia una PLE deve essere in grado di utilizzarla in sicurezza. Ecco perché è fondamentale che i noleggiatori propongano corsi qualificati – come quelli del circuito IPAF – e accompagnino la consegna della macchina con informazioni chiare e documentazione aggiornata.

Da sinistra a destra: Matteo Malacarne (Regional Development Digital Marketing Executive), Peter Douglas (CEO IPAF), Marta Lucani (Supporto Soci e Centri di Formazione), Romina Vanzi (Head of Regional Development), Brian Parker (Responsabile Tecnico e della Sicurezza) e Maurizio Quaranta (Responsabile Ipaf per l’Italia)
La sicurezza come cultura e impegno collettivo
Il tema delle “morti bianche” in Italia resta una piaga sociale. Qual è, oggi, il compito di IPAF nell’incidere su un cambiamento culturale più profondo all’interno del settore?
Il fenomeno delle “morti bianche” è ancora oggi una delle ferite più profonde e intollerabili del nostro sistema produttivo. In questo contesto, il ruolo di IPAF non può e non deve limitarsi alla sola formazione tecnica: il vero compito della nostra federazione è generare un cambiamento culturale profondo e duraturo.
E cultura della sicurezza significa innanzitutto educare alla consapevolezza del rischio. Molti incidenti avvengono non per fatalità, ma per scelte sbagliate, sottovalutazioni, abitudini consolidate. Serve diffondere una nuova mentalità in cui l’uso corretto delle attrezzature e la pianificazione accurata dei lavori siano vissuti come gesti naturali, quotidiani, di rispetto verso sé stessi e verso gli altri.
Per fare questo IPAF agisce su più fronti: offre corsi certificati e aggiornati che vanno ben oltre i requisiti minimi, promuove la segnalazione di incidenti e near miss tramite la Banca Dati Incidenti e valorizza le testimonianze reali attraverso campagne di comunicazione. Tuttavia, questi strumenti sono efficaci solo se condivisi. Per questo IPAF invita tutta la filiera – soci, formatori, noleggiatori, produttori, datori di lavoro – a costruire insieme una cultura della sicurezza fondata su coerenza e responsabilità. Solo così, forse, potremo un giorno dire di aver fatto la nostra parte, e che la sicurezza non è stata solo un tema, ma una missione condivisa.
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