Noleggio, il talento non ha genere

Durante la cerimonia della 19ª edizione degli European Rental Awards a Maastricht, il 3 giugno scorso, Daniela Niederstätter, membro del Consiglio di amministrazione di Niederstätter AG, ha ricevuto il titolo di Rental Person of the Year.
La motivazione della giuria dice: “A young leader, che ha portato una prospettiva fresca nel settore, convinta che il successo d’impresa e il progresso sociale siano inseparabili”.
Il riferimento esplicito è al progetto Girls Wanted, manifesto sulla valorizzazione del talento al di là delle differenze di genere, cultura e appartenenza, e all’iniziativa Women in Rental, lanciata contestualmente da ERA.
Niederstätter AG è una realtà industriale radicata in Alto Adige da oltre cinquant’anni e conosciuta sia in tutta Italia sia oltre confine nei paesi in lingua tedesca. Operativa nei segmenti dell’edilizia, industria, recycling e pubblica amministrazione, con tre sedi strategiche nel Nord Italia a Campodazzo (BZ), Castelli Calepio (BG), Povegliano (TV), coinvolge oltre cento collaboratori, molti dei quali sono giovani talenti.
Un’azienda nota anche per valorizzare il territorio, con un forte DNA culturale riconoscibile attraverso iniziative originali: dalla Wiener Philharmoniker che suona sul tetto dell’azienda solitamente adibito a deposito gru, alle installazioni del progetto Artcontainer, strutture modulari industriali trasformate in spazi d’arte itineranti.
Quella che segue non è la celebrazione di un premio, per quanto prestigioso. È una conversazione tra due persone che lavorano nel settore del noleggio da angolazioni diverse – imprenditrice e consulente – e che condividono l’idea che il cambiamento non si annuncia, si costruisce. Con la pazienza e la leadership di chi sa che dieci anni di lavoro silenzioso valgono più di un comunicato stampa.
Il premio di Rental Person of The Year
Daniela, il premio porta il tuo nome, eppure Girls Wanted è un progetto d’impresa condiviso con tuo fratello Manuel e con tutto il team Niederstätter. Come si vive un riconoscimento individuale quando il lavoro che lo ha generato è plurale?
All’inizio non bene, in effetti, perché non è un progetto di Daniela Niederstätter ma di tante persone, ed è questo il modo in cui viviamo l’azienda. Non esiste una persona sola che riesce ad avere successo, c’è sempre un team alle spalle.
Quindi, cosa ti ha aiutato ad accettarlo serenamente?
Sai, nel momento in cui è stato annunciato il premio, mio fratello Manuel mi ha detto: «Sì, lo abbiamo fatto insieme, ma sei tu che l’hai spinto». E, sentendolo dire da lui ho capito che potevo accettarlo con serenità. Perché alla fine non ero sul palco per il mio nome, ma perché il tema è importante. Anche se non sono una persona a cui piace stare su un palco, il tema è il motivo per cui ci stavo senza problemi.
Un ricambio generazionale da cui prendere esempio
Tu e Manuel rappresentate il percorso che Niederstätter AG ha attraversato nel passaggio generazionale, che dall’esterno è sembrato quasi impercettibile, naturale, senza annunci. Come è avvenuto questo passaggio visto invece dall’interno?
Ci sono voluti almeno dieci anni e forse è proprio per questo che ogni passo in avanti si rivelava man mano più solido. Mentre noi avanzavamo, Maria e mio padre arretravano con la stessa sicurezza. Nei valori con cui siamo cresciuti c’è sempre stato il “noi”, cioè che stiamo bene solo se tutti stiamo bene insieme, e questo ci ha tenuto sulla stessa lunghezza d’onda.
Il modello Niederstätter è un raro caso di successione imprenditoriale nel noleggio italiano: struttura familiare, orizzonte lungo, cultura come continuità. Qual è l’X Factor?
Il fattore determinante che non si riesce a spiegare a parole è avere avuto sempre accanto qualcuno che crede in te. Quello che ci hanno insegnato mio padre e Maria è sempre stato: non guardate gli altri, fate la vostra strada.
Diversità e pari opportunità nel noleggio
La giuria ti definisce una “young leader con una prospettiva fresca”. Cercando di essere un po’ più concreti, dove nasce la spinta a portare temi come la diversità, la cultura e il fare rete al centro dell’attenzione in un comparto storicamente orientato alla macchina e al cantiere?
Manuel e io diciamo che ci sono sempre due modi di fare business: o pensi solo a crescere per essere più grande; oppure scegli la qualità, il lavorare bene e lo stare bene insieme.
Noi crediamo che il successo venga dall’impegno, non dall’investimento di denaro fine a se stesso. Per questo abbiamo investito e investiremo centinaia di migliaia di euro nella formazione delle persone. Quello che vogliamo è che in azienda ognuno abbia una propria opinione e possa esprimerla, e che su ogni tema non decida una persona sola, ma chi ha l’argomento più forte per quella specifica situazione.
Ed è esattamente come vorrei funzionasse Girls Wanted: se metti al centro il tema e non la singola persona hai più possibilità di trovare la soluzione più giusta.
Inclusione, parità di genere, sostenibilità: sono parole che oggi circolano molto anche nei contesti industriali più tradizionali. Secondo te esiste il rischio che un premio come questo finisca per dare una patina di progressismo a un settore che però nella realtà di tutti i giorni cambia poco e molto lentamente?
Certo, se il progetto terminasse con il premio allora si dimostrerebbe solo uno slogan per riempirsi la bocca. Girls Wanted è anche un nome, ma soprattutto è uno strumento per creare attenzione; quello che conta è ciò che c’è dietro e che lo muove: talent over gender. Per questa ragione continuiamo a cercare nuovi partner che vogliano spingere con noi questo tema e non il semplice logo.
Come si distingue il cambiamento reale dalla sua comunicazione?
La differenza tra cambiamento reale e comunicazione del cambiamento la vedi nelle persone. Non è un progetto per tutti, non tutti sono pronti a cambiare, e va bene così. Ma se su cento persone, dieci vogliono davvero far parte di un cambiamento, quelle dieci ne portano altre dieci e la massa critica cresce. Non per diffusione virale, per convinzione.
Possiamo blindarci dentro due belle parole e ostinarci a non guardare quello che c’è dietro? Per me non è possibile!
Il ruolo delle donne nel noleggio
Sei comunque la prima donna italiana a ricevere un riconoscimento europeo nel noleggio, non come «donna dell’anno» ma come persona. Se guardiamo il settore con onestà intellettuale, quali sono gli ostacoli strutturali – non culturali, ma strutturali – che persistono e che nessun premio riesce a rimuovere?
Non sono sicura di riuscire a risponderti con precisione perché per me la radice è sempre culturale. Se un fondatore non crede che suo figlio, o sua figlia, o dei giovani manager siano pronti a gestire l’azienda al suo posto, quella è cultura, non è una struttura.
Però hai ragione, esiste un piano anche strutturale: la parità retributiva, ad esempio. Se non credi che siamo sullo stesso livello, non darai lo stesso stipendio a una donna. E finché quella convinzione non cambia nella testa, la struttura troverà sempre una scusa per restare così com’è.
Come può il progetto Girls Wanted farsi carico di questioni strutturali?
Girls Wanted è partito dal genere femminile perché io sono una donna. Ma se questo progetto lo costruisci insieme a una persona di colore, o a una persona con disabilità, diventa ancora più forte e più ampio. Il tema vero è l’esclusione in tutte le sue forme di discriminazione.
Gli obiettivi del progetto
Girls Wanted, Women in Rental, il premio ERA: tutto questo ha senso se produce effetti misurabili. Non metriche di vanità come follower, like, foto su un palco. Cosa ti farebbe dire tra cinque o dieci anni «ce l’abbiamo fatta»?
Per queste cose non penso mai in termini di KPI. Quando si tratta di macchine, parlo di numeri, ma questo è un progetto sociale: non posso dire «ho vinto quando ho cinquanta donne in azienda» perché lì non sto parlando di talenti, sto parlando di quote.
Quello che vorrei vedere tra dieci anni sono le facce delle persone. Perché lo vedo già nella nostra azienda: quando facciamo una festa e ci sono cento persone che si divertono, che hanno voglia di stare insieme, che ogni giorno danno il massimo perché si sentono bene, quello per me è il successo.
C’è anche un tema di misurazione dell’attrattività del settore?
Forse la metrica più onesta è proprio questa: tra qualche anno si vedrà se il settore del noleggio sarà più attrattivo. Le persone sceglieranno di lavorare con noi – non parlo solo come collaboratori, ma come clienti – perché ci sarà qualcosa in cui si riconoscono. Certo, è una metrica soft, ma è l’unica che non si può falsificare.
Off records
Daniela ha toccato molti punti cruciali per tenere alto l’interesse sul progetto e non solo sul premio. I numeri stessi diffusi da ERA/KPMG nel 2025 dicono che le donne rappresentano meno del 15% della forza lavoro nel noleggio professionale europeo. Nel segmento tecnico e operativo, la percentuale scende ulteriormente. La parità retributiva nel settore delle costruzioni e del noleggio resta un nodo irrisolto in tutti i principali mercati UE.
Prima di chiudere la registrazione, la nostra conversazione ha toccato un tema delicato ma concreto. Daniela mi ha raccontato di aver provato un visore di realtà virtuale sviluppato da una start-up tedesca: un simulatore che permette di vivere realisticamente una giornata attraverso gli occhi di una donna, compresa la prima astronauta sulla luna.
«Sono rimasta profondamente colpita – mi ha detto – ho ri-sperimentato cose che si vivono ogni giorno e che spesso vengono percepite dall’esterno come esagerate. Il problema centrale è che non riusciamo a capire l’altro senza fare la stessa esperienza».
È in questa direzione che Daniela Niederstätter vede il vero “cantiere aperto”: non tanto le singole politiche aziendali, non i convegni, ma la capacità di immedesimarsi. Il noleggio, in questo, ha un vantaggio intrinseco che spesso non utilizza: dovrebbe essere un settore già abituato a fare domande prima di offrire soluzioni. Capire il bisogno, usare l’empatia per proporre la macchina giusta, verificare il risultato: è una sequenza perfetta in un modello basato sull’ascolto. Applicarlo alle persone, oltre che ai cantieri, è il passaggio che forse ancora manca.
«In questo business ormai siamo capaci di fare tutte le domande giuste per noleggiare una macchina – ha concluso –. Ma se la persona che ho davanti sta male, se è in difficoltà a livello personale, nessuno lo sa chiedere».
Si apre allora un fronte formativo implicito: in questa acuta osservazione c’è tutta la differenza tra istruire le persone a compiere azioni in base a delle procedure e formarle all’empatia, alla collaborazione, alla gestione positiva dei conflitti, all’ascolto in profondità.
Personalmente, concordo con Daniela: vale la pena tornare con maggior forza a costruire il coinvolgimento dei collaboratori allenandoli a incarnare queste skills, che ormai non possiamo più considerare “soft”.
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