Cosa succederà all’economia europea nel 2025?

Che effetti avrà l'evoluzione dell'economia europea sul noleggio?
noleggio industria europea

Il tema dei dazi sulle PLE semoventi prodotte in Cina è recentemente tornato alle cronache con la pubblicazione delle tariffe definitive da applicare alle future importazioni.

Il coro dei commenti positivi è comprensibile però solo a una lettura superficiale delle conseguenze. Una disamina più ampia e approfondita, infatti, fa emergere scenari complessi, che è bene non sottovalutare.

Come spesso accade, le azioni di propaganda prendono il sopravvento nella diffusione delle informazioni e nella formazione delle opinioni. Il rischio è di prendere per verità assolute concetti che sono stati abilmente manipolati e fatti circolare ad arte, allo scopo di creare un’opinione facilmente condivisibile, spesso distorta.

Non voglio scomodare Pirandello, ma sappiamo che la verità assoluta non esiste e che comunque non sta mai nel mezzo. La verità è sempre figlia della trasparenza da una parte e dalla capacità di analisi dall’altra. Quindi dello studio, dell’approfondimento, della consapevolezza di come e dove informarsi e dall’esercizio allenato del cosiddetto alfabetismo funzionale. Tutte cose oggi non così facili, ma che ci rendono un po’ più immuni rispetto alle coercizioni di pensiero.

Tra dazi e rinnovate spinte protezionistiche

Tornando ai dazi, su questo portale abbiamo raccontato i fatti che, nel corso dei mesi, hanno portato la Commissione Europea all’applicazione di tariffe differenziate ai costruttori di piattaforme aeree semoventi prodotte in Cina ed esportate in Europa.

Come abbiamo detto, si tratta di un focus settoriale, figlio di un atteggiamento protezionistico più generale che trova il suo apice nel settore auto. Ci siamo anche permessi di fare una disamina politico-economica dei dazi in generale e della Cina in particolare, delle sue spinte espansionistiche.

È un tema ampio e delicato: più lo si conosce, più vengono a galla le pratiche scabrose con cui questa potenza economica porta avanti le proprie conquiste, sui mercati e sulla mappa geopolitica.

La Cina rimane un paese controverso: se da un lato si mostra sempre mansueto e aperto al dialogo (meglio se bilaterale), dall’altro preferirebbe continuare a sedere ai tavoli istituzionali evitando di parlare dei diritti civili riservati alla sua popolazione.

Quando è messa alle strette mostra le sue vere leve di potere, che vanno ben al di là dei timidi contro-dazi che conosciamo.

I nuovi dazi di Trump ostacoleranno l'industria europea

L’impatto dell’elezione di Trump

Gli equilibri mondiali, già di per sé precari, sono stati ora ulteriormente scardinati dalla rielezione di Trump.

Ciò che si osserva nelle prime mosse del futuro Presidente americano è un’inequivocabile nuova impennata protezionistica, il che significa subito altri nuovi dazi su tutti i fronti.

Le politiche trumpiane vanno però nella direzione di proteggere esplicitamente il solo mercato statunitense. Non includono più quel fronte occidentale che eravamo abituati a considerare coalizzato e sotto l’ala protettiva americana. Con qualche diritto e molti doveri.

Infatti, nuovi dazi sono stati annunciati anche contro l’Italia e contro altre nazioni europee, che in questo momento già non se la passano bene per le conseguenze di scelte sprovvedute ed errori di visione. Pensiamo sempre al settore auto e alla transizione energetica. Pensiamo anche alla superficiale convinzione di poter battere Putin.

Quale futuro per l’economia europea?

Questo intervento a gamba tesa di Trump archivia definitivamente il processo di globalizzazione che tanto piaceva al capitalismo, così come l’abbiamo conosciuto a partire dagli anni Ottanta.

Abbiamo vissuto in un mondo senza frontiere, con liberi scambi e accordi multiparte che valevano a tempo indeterminato. Non privo di pregi e difetti, certo, ma all’apparenza più stabile, equo e democratico.

Abbiamo delocalizzato gli insediamenti produttivi dove costava meno, dove era più facile trovare mano d’opera a basso costo e materie prime appena fuori dal giardino. Ci siamo fidati dei governi che ci hanno steso tappeti rossi e accolto con tutti gli onori, mentre firmavamo il trasferimento delle risorse a casa loro.

Nel frattempo, l’avvento della dematerializzazione, dei processi di scambio digitale (non parlo solo di valute) ha contemporaneamente ridisegnato gli equilibri di potere. Google, Amazon, Microsoft e Apple ora contano molto più delle nazioni in senso classico (confini e governi).

Governi e istituzioni hanno consegnato in toto a queste nuove corporation la gestione di tutte le informazioni, con le conseguenze che sappiamo in termini di relazioni ed equilibri di forza. Non è banale che il disequilibrio nel trasferimento della ricchezza prodotta, nelle politiche fiscali e nelle sudditanze di potere, diritti umani inclusi, sia esploso dopo questo nuovo assetto.

Quale futuro per l'economia europea nel 2025?

I nuovi scenari globali

Fatte queste premesse, lasciando per un attimo da parte le guerre in corso (Ucraina, Medio Oriente, ma non solo) e quelle imminenti (Taiwan) che nessuno ha interesse a fermare ma che peseranno enormemente sull’economia dei prossimi mesi, il nostro sforzo è cercare di capire quali ripercussioni avranno questi cambiamenti sulle nostre vite personali e professionali.

Certo, ognuno di noi, ogni nostra attività, rimane un microscopico puntino sulla grande mappa del cambiamento. Ma proprio per questo, conoscere gli scenari al di là della propaganda, aiuta a capire e a muoverci meglio. Può evitare di uniformarci a un pensiero superficiale, stimolarci a capire cosa possiamo fare, e prepararci alle conseguenze.

Anche il micromondo in cui agiamo non sarà mai più lineare, perciò richiede ogni giorno nuove risposte, a partire proprio dalla comprensione di ciò che accade. Rafforzare la capacità di analisi è l’unica arma possibile rimasta contro l’invasiva manipolazione delle informazioni.

Oggi è tutto liquido, volatile. Per chi si trova in una delle categorie divenute fragili e a rischio (ad esempio il tartassato ceto medio) è molto facile sparire rapidamente di scena o ritrovarsi ai margini della società a seguito dei mutati scenari sociopolitici o delle ristrutturazioni aziendali e settoriali.

Abbiamo visto cosa accade ad aver delegato troppi poteri quando, ad esempio, un mega server va in crash oppure quando qualcuno chiude i rubinetti delle risorse energetiche. Il nostro settore non è immune. Ai piani alti qualcuno viene comprato o subisce sanzioni; a un livello più basso ci ritroviamo tutti merce di scambio, con buona pace dell’impegno che personalmente abbiamo messo fin qui nel nostro lavoro o nei contesti in cui pensavamo di contare qualcosa.

Dovremmo ricordarci sempre dove siamo collocati su questa mappa quando, ad esempio, sputiamo sangue per agguantare un paio di punti percentuali in più nel budget che pesa sulle nostre spalle e sulla pelle dei nostri collaboratori.

Non è un invito al disimpegno, ma alla presa di coscienza dello stato delle cose.

Che cosa succederà ora

Il nuovo ordine mondiale guidato da Trump sarà un mondo deglobalizzato: muri alti (non solo metaforicamente parlando) e adozione di tutte le barriere economiche possibili in entrata e in uscita.

Se però non entrano più le merci e non circolano le persone, cos’abbiamo da applaudire? Ci schieriamo a favore delle mosse del “grande capo” e dei suoi sinistri consiglieri , senza capire bene chi guadagna e chi ci perde?

Non tutte le nazioni hanno mercati interni in grado di assorbire la produzione oltre i limiti, quello cioè su cui stanno spingendo USA e Cina. Non tutti hanno popolazioni che possono aumentare i consumi a oltranza, dipende dal reddito residuo disponibile, quindi anche dall’inflazione di cui nessuno sembra preoccuparsi.

Negli ultimi anni, almeno in Italia, queste risorse si sono erose ulteriormente con la complicità di tutti: governi, opposizioni, sindacati e confindustria.

Se pensiamo all’Europa, così divisa e priva di un baricentro economico industriale, c’è poco da esultare quindi alla notizia che le macchine in arrivo dalla Cina costeranno il 40 per cento in più. Perché poi tutto costerà di più, soprattutto per chi ha redditi appena sufficienti ad arrivare a fine mese. Nessuno pensa più che ci stiamo abituando a vivere in un mondo senza prospettive?

Chi sta applaudendo i dazi sulle PLE forse sarà un po’ meno euforico nel sapere che, prima di pareggiare i guadagni fatti in regime di libero mercato e con i prezzi che sappiamo, ne dovrà passare molto di tempo. Soprattutto in uno scenario con i magazzini pieni e gli ordini in calo. Produttori, noleggiatori, utilizzatori, è un aspetto che riguarda tutti.

Inoltre, se le aziende cinesi troveranno economicamente poco vantaggioso esportare, semplicemente verranno a comprarsi le realtà europee e cominceranno a produrre da qua. È già tutto sotto i nostri occhi, quindi sventolare bandiere come fossimo in una curva calcistica non ha senso.

Quali effetti avranno i dazi imposti alla Cina dalla commissione europea sull'economia?

Nuove barriere e nuove sfide per l’economia europea

I dazi rappresentano una prima timida base per trovare nuovi accordi, forse migliori, se andrà bene.

Quando la vecchia Europa tornerà a sedersi al tavolo negoziale con la famelica Cina, si dovrà seriamente parlare anche del resto della posta in gioco: importazioni di acciaio e alluminio, componenti delle batterie e così via.

Un braccio di ferro che porterà il nostro continente, già molto diviso, a rivedere anche le politiche dei sussidi statali interne (che possiamo definire guerre vere e proprie, anche senza armi). Ci verrà chiesto di smantellare del tutto un sistema di equilibri che fin qui ha funzionato, bene o male.

Non sarà un fatto banale passare dal multilateralismo economico con al centro il WTO come garante – che permetteva anche a noi di partecipare ai negoziati con argomentazioni convincenti, in quanto partner – a uno scenario composto da patti bilaterali.

Un futuro dove le grandi decisioni saranno prese mediante accordi di cui non conosciamo i contenuti e su cui non possiamo influire.

La lectio magistralis del nostro Presidente Mattarella – che Dio ce lo preservi – (“Pechino rimuova le barriere, no a protezionismo UE”) pronunciata durante la recente visita in Cina, andrebbe imparata a memoria. Anche se qualcuno la sta facendo passare come il suggerimento accorato, tenero e disperato del rappresentante di un potere che non ha più peso.

Non è improbabile, quindi, che l’Europa possa tornare presto sui propri passi anche sul tema dei dazi. Dopo aver incassato il plauso mediatico – mentre intere aree produttive stanno per essere cancellate (l’auto vale sempre come esempio di tutto) – questa reazione risulterà presto come una tardiva vittoria effimera.

Verso un dietrofront?

Non è improbabile la retromarcia per un semplice motivo: se i dazi oggi possono dare l’idea del ruggito muscoloso della politica, appariranno come un miagolio quando qualcuno farà notare che molti traffici con la Cina sono già stati mimetizzati dietro le accresciute importazioni dal Messico, dal Vietnam, dall’Australia e da altri Paesi orientali. Paesi in cui la Cina ha investito direttamente in maniera eclatante e senza filtri.

Quando il dragone tirerà fuori la vera artiglieria pesante vedremo un bel dietrofront. Pensiamo, ad esempio, alle eventuali restrizioni autoimposte dell’export cinese verso il resto del mondo in tema di materie prime strategiche per la transizione energetica. Oppure al litio, al nickel al cobalto, il cui peso diretto o indiretto della Cina nell’export è già quasi la metà del resto del mondo. Pensiamo alla supply chain: se non partono i container non arrivano l’acciaio e i componenti elettronici per produrre in Europa.

mercato del noleggio cantiere

Gli effetti delle nuove politiche

Cosa succederà concretamente è difficile prevederlo. Lo storico economista Irwin Douglas ha analizzato l’evoluzione del protezionismo lungo tre fasi, che di seguito semplifichiamo.

Nella prima, caratterizzata da guerre di confine o guerre civili, i dazi hanno rappresentato un forte introito fiscale con cui si è sostenuto il bilancio dei singoli Stati.

Nella seconda fase (fino alla Grande Depressione), i governi hanno usato i dazi come difesa dalla concorrenza altrui.

Dopo le Guerre Mondiali (e dopo l’euforia della globalizzazione) i dazi diventano uno strumento per ottenere condizioni di reciprocità.

Trump li ha definiti “la cosa migliore mai inventata”. Una frase da buzzurro qualunque, se non fosse che a pronunciarla non è il protagonista di un cinepanettone ma il nuovo Presidente degli Stati Uniti. Una tipica frase trumpiana, che mostra il lato alla John Wayne che tanto piace agli americani, senza però considerare quanto costerà questa legge del più forte sulla pelle della gente.

Anche dall’altro lato dell’America.

Chi sarà più penalizzato

Qualcuno i conti li ha già fatti: il potere di acquisto medio per le famiglie normali sarà penalizzato di quasi il 5 per cento. Per le famiglie appartenenti al centesimo apicale nella distribuzione mondiale del reddito, un misero 1 per cento.

L’inflazione sta risalendo, i tassi di interesse torneranno a crescere. Mi chiedo che cosa possono avere da esultare milioni di persone con redditi appena sufficienti per tirare a campare, ora che i prodotti più accessibili costeranno di più.

Quando ci schieriamo a prescindere dalla parte di chi alza la voce, consideriamo allora che lo facciamo un po’ per ignoranza senza capirne le conseguenze. Non dobbiamo dimenticarci che questi soggetti continueranno comunque a rimanere forti e a stare sempre bene, qualunque cosa accada. Anche se in pubblico sanno fare la parte della vittima.

Una volta c’era il patibolo ad attendere chi, alle richieste “il popolo non ha più pane” rispondeva cinicamente “mangino brioche”. Oggi, che siamo in un mondo “civilizzato”, il popolo non può (o non sa) più nemmeno protestare; se lo fa, è lui a rischiare il patibolo.

Qualcosa è sicuramente andato storto.

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