Perché ci interessa il collasso digitale di Crowdstrike

collasso crowdstrike voli cancellati
collasso crowdstrike voli cancellati

Esattamente una settimana fa, il mondo è stato bruscamente svegliato dal più grande collasso informatico di sempre. Com’è possibile, ci si chiede, che un aggiornamento antivirus finito male abbia potuto destabilizzare l’intero ordine sociale mondiale?

Gli aeroporti di tutto il mondo si sono bloccati: 7mila voli cancellati, 50mila hanno subìto ritardi importanti. Anche molti treni di alta velocità hanno accumulato ritardi, ma in questo caso non è sembrato così insolito.

Oltre ai trasporti, sono andate in tilt le borse, le banche, i supermercati. Non si potevano più fare pagamenti elettronici. Si è interrotta l’operatività delle strutture sanitarie e, per arrivare fino a noi, sono andate in crash alcune attività di assistenza tecnica da remoto.

Perché ci riguarda come individui?

Siamo freschi reduci dal Rental Business Forum, quest’anno dedicato alla governance e all’uso consapevole dell’enorme massa di dati disponibili per i noleggiatori.

A distanza di due settimane ne scopriamo il lato oscuro: ci sentiamo fragili, vulnerabili, ormai schiavi delle applicazioni informatiche al punto da dover tornare a fare le operazioni “a mano e su carta” per uscire dalla paralisi. Una prassi che avevamo messo alla berlina abbracciando la digitalizzazione.

Al di là dei blocchi operativi, lo stop informatico di venerdì scorso ci riguarda soprattutto come individui. I disagi maggiori li abbiamo vissuti sulle nostre vite personali oltre che negli aspetti di lavoro. Come già successo durante la pandemia, ci si sveglia sempre di colpo di fronte a una dipendenza sbilanciata, ecco perché una riflessione approfondita diventa necessaria.

Viviamo e lavoriamo in un mondo iperdilatato: da una parte stiamo muovendo passi rapidi verso l’uso di una sempre più sofisticata intelligenza artificiale generativa; dal lato opposto scopriamo di non poter fare più nulla se, all’improvviso, le connessioni vanno in down.  

Un docente di scienze informatiche dell’Università di Oxford, Nigel Shadbot, ha scritto che sarà sempre più alto il rischio che avvenimenti come quello che ha riguardato Crowdstrike si possano ripetere in futuro. L’insicurezza della cybersicurezza, l’ha definita Shadbot.

Non sono più solo gli attacchi hacker a farci sentire vulnerabili: al contrario, il responsabile della paralisi di venerdì scorso è stato l’ultimo aggiornamento di Falcon, uno dei più noti programmi di cybersecurity diffusi da Crowdstrike. A causa di un errore di programmazione, la nuova release è entrata in conflitto con i sistemi operativi di Microsoft facendo apparire ovunque la celebre schermata blu che segnala gli errori di sistema. E tutto si è fermato.

voli cancellati collasso crowdstrikeSorvegliati e dipendenti

Ecco che torna in gioco un altro tema toccato durante il Rental Business Forum, quello delle interdipendenze.

È una specie di versione moderna della teoria del caos: se nel 1972 fu dimostrato che il battito d’ali di una farfalla in Brasile è sufficiente a provocare un tornado in Texas, il nuovo livello di interdipendenza è il bug di un antivirus che può paralizzare la vita normale a tutte le latitudini.

Non è banale allora cercare di capirne i riflessi, anziché adottare l’ennesimo atteggiamento fatalista che ci suggerirebbe di rimuovere il problema, dimenticarlo subito in nome di una più rassicurante iperproduttività.

La pandemia insegna: qualsiasi nuova insicurezza viene ormai profondamente interiorizzata e trasmessa socialmente, generando un crescendo di ansia. Dallo smartphone dimenticato a casa, alla paura di restare isolati quando internet smette di funzionare. Non poter accedere alle mail o ai messaggi, non poter salire su un aereo, non riuscire a prenotare una visita medica urgente, ci manda in tilt come persone.

Eppure, dovrebbe inquietarci il contrario, cioè l’essere costantemente sorvegliati e controllati da un “grande fratello” subdolo che si è insinuato nelle nostre vite attraverso le numerose applicazioni che usiamo “gratuitamente” e a cui regaliamo informazioni delicate sui nostri spostamenti, sulle nostre abitudini, sulle nostre relazioni private. Perfino i pensieri e i discorsi fatti liberamente, con lo smartphone e Alexa appoggiati sul tavolino, non sono più solo nostri.

Il dominio del digitale

È il rovescio della medaglia della cybersecurity nell’economia globale. Proteggere i cloud dalla fuga di dati – “la nuova ricchezza” l’ha definita Claudio Fiorentini al Rental Business Forum – rappresenta un elemento imprescindibile per tutte le organizzazioni.

Il collasso informatico del 19 luglio non ha perciò soltanto messo in evidenza la fragilità dell’economia digitale. Ha reso palese la centralità assunta dalle multinazionali del digitale all’interno della nostra società.

E qui si passa a un altro livello di riflessione che ci riguarda sempre come individui: ci siamo accorti che le piattaforme digitali hanno assunto tratti che vanno oltre quelli delle tradizionali corporation per come le abbiamo conosciute fino ad ora.

I processi di digitalizzazione che hanno accompagnato l’ascesa delle piattaforme non sono neutri, non sono una semplice traduzione in digitale di ciò che era analogico. Queste piattaforme impongono nuovi standard, ridefiniscono metriche e valori che influenzano le relazioni sociali, abituandoci a una crescente dipendenza nei loro confronti.

In questo senso, più che un nuovo modello di business le piattaforme digitali stanno emergendo come le infrastrutture del nostro tempo. Occupano una posizione centrale nella nostra società, intermediando sempre più attività economiche e sociali e sembrano dotate di un potere proprio, che fino a qualche anno fa era solitamente attribuito agli attori pubblici.

Si tratta di un potere subdolo, quasi invisibile, ma non per questo meno invasivo.

costruzioni digitale infrastrutture cantiereSiamo soggetti passivi o attivi?

Se vogliamo emanciparci da questa dipendenza dobbiamo cominciare col prenderne piena consapevolezza. Poi valutare come possiamo ribaltare la questione, o quantomeno influenzarla, attraverso l’agire collettivo.

Se la ricchezza mondiale è in mano a pochi soggetti (26 persone detengono lo stesso patrimonio di 3 miliardi e 800 milioni di altre persone), questo sbilanciamento delle risorse diventa un problema che ci riguarda. Se non altro, dovremmo interrogarci dove e come nasce questo accumulo nelle mani di così pochi soggetti e cosa significa.

Osservando con attenzione il noto meccanismo “follow the money”, potremo accorgerci che questa concentrazione coincide con chi detiene le nuove infrastrutture. Scopriremmo anche che nasce da uno sfruttamento sistematico, delle persone e delle risorse del pianeta.

Forse cominceremmo a domandarci anche che futuro stiamo consegnando alle nuove generazioni, e in nome di cosa.

Come uscire dalla schiavitù invisibile

Durante un recente convegno organizzato dall’Ordine dei Giornalisti di Milano, è emerso in modo inquietante quanto le nazioni abbiano ormai delegato a Google, Apple, Microsoft e Amazon l’intera raccolta e la gestione di tutti i big data.

Anche in questo caso, è una specie di brusco risveglio: chi detiene e gestisce i dati può facilmente pilotare il flusso delle informazioni, aprire o chiudere gli accessi, orientare il pensiero globale, definire sempre nuove dipendenze. Perfino determinare l’andamento delle elezioni.

Siamo ancora in un sistema democratico?

Il paradosso delle infrastrutture moderne è quello di restare invisibili, di trasformarsi nel semplice sfondo sul quale la realtà sociale prende forma. Ma è proprio quando non siamo in grado di vedere l’imponente influenza che le infrastrutture esercitano sulle nostre vite che ci scopriamo soggetti passivi al centro del loro potere.

Non è una stranezza constatare che questo potere invisibile si riveli nel momento in cui collassa, quando smette di esercitare la sua influenza, minando la tenuta dell’ordine sociale e mettendo in luce il grado di dipendenza che ci lega alla materialità delle infrastrutture.

I collassi infrastrutturali – informatici, elettrici o sociali come è accaduto per la sanità durante il Covid-19 – non sono semplici malfunzionamenti tecnici, ma veri e propri eventi politici in grado di rivelare l’esistenza di un potere che nella normalità del quotidiano resta invisibile. Ci troviamo nel mezzo di un bel paradosso: per continuare a vivere e lavorare abbiamo ormai bisogno del digitale come il nostro corpo ha bisogno di cibo per nutrirsi.

La domanda quindi sorge spontanea: il genere umano ha ancora la possibilità o la capacità di non sentirsi totalmente succube da questa nuova forma di schiavitù?

Ora che ci siamo svegliati, restiamo svegli

Il crash informatico del 19 luglio ha reso evidente l’influenza che le multinazionali del digitale hanno raggiunto nella nostra società. Ma ci ha anche rivelato la portata politica che si nasconde dietro ogni scelta tecnologica.

Anche la pandemia ci aveva mostrato come molte delle nostre attività, economiche e sociali, dipendono dalla mediazione digitale gestita da multinazionali in grado di generare introiti superiori al Pil di molti paesi del mondo. Durante i mesi del lockdown siamo rimasti tutti in contatto grazie ai servizi digitali offerti dalle multinazionali, che però hanno come fine quello di fare profitto, non certo di garantire il benessere sociale.

C’è qualcosa di inquietante nel constatare che molti dei cosiddetti servizi fondamentali – sanità, trasporti, educazione – dipendono interamente da infrastrutture informatiche la cui proprietà non è pubblica, ma di grandi gruppi finanziari con l’obiettivo primario di aumentare gli introiti dei propri azionisti. Quelle famose 26 persone che decidono le sorti del mondo.

Il lato oscuro delle infrastrutture digitali

Spostiamo per un attimo lo sguardo dai software e dalle app e concentriamoci sulle cosiddette megainfrastrutture che oggi rendono possibile l’economia digitale, come server, cavi e altro. A differenza di ciò che si immagina, la quasi totalità della circolazione dei dati non è wireless ma scorre attraverso cavi sottomarini che negli ultimi anni hanno costruito una rete che per la maggior parte è proprietà di aziende come Google, Amazon e Meta.  

Lo stesso si può dire dei cloud, i server di proprietà delle multinazionali del digitale forniti anche a molte aziende pubbliche. Basti pensare a Poste Italiane, i cui archivi Spid girano sugli stessi server di Microsoft collassati in questi giorni.

Un enorme patrimonio infrastrutturale che oggi regola la nostra vita sociale, ma che sfugge ad ogni forma di controllo pubblico, con conseguenze significative in termini di sostenibilità. Sociale e ambientale, dato il livello di inquinamento generato dai servizi digitali (che poi però vediamo in prima linea con il loro suadente greenwashing).

Non è un caso che, nonostante le rassicurazioni di piattaforme come Google e Amazon sulla riservatezza dei dati, il dibattito sulla necessità di un cloud pubblico europeo non accenna a tacere.

server infrastrutture digitali collasso crowdstrikeIl lato debole delle piattaforme

Dove si gioca allora la partita per un nuovo equilibrio verso il potere infrastrutturale delle piattaforme? A mio parere, il livello principale è sempre quello del singolo individuo e delle sue consapevolezze.

Lo stiamo vedendo, ad esempio, nella recente ridefinizione del rapporto tra influencer e follower: ribaltare gli equilibri di potere è sempre possibile.

Prendere coscienza di una dipendenza che ci relega a soggetti passivi è il primo passo per praticare anche un’inversione infrastrutturale. Che significa riconoscere la profondità dell’interdipendenza delle reti tecniche e degli standard da un lato e il lavoro reale della politica e della produzione di conoscenza dall’altro.

Se ci pensiamo bene, Facebook detiene le reti, certamente. Ma siamo noi che, riempiendolo di contenuti col nostro incessante lavoro non retribuito, lo rendiamo interessante e gli conferiamo potere.

L’evento del 19 luglio è tutto qui, in un bug che è stato in grado di rivelare l’enorme fragilità della nostra società digitale, ma anche il grado di dipendenza nei confronti del lavoro infrastrutturale compiuto dalle multinazionali del digitale.

Essere soggetti attivi del cambiamento

Allo stesso tempo, il crash informatico ci ricorda qualcosa che già i movimenti sociali e del lavoro avevano messo in luce in questi ultimi anni di impegno. Per quanto le piattaforme digitali ci possano apparire potenti e decisive per il nostro mondo, non sono le uniche padrone del loro destino. In pratica, siamo sempre noi gli artefici di ogni cambiamento.

Lo stiamo vedendo nella ridefinizione della corsa all’elettrico a tutti i costi, rallentata da una nuova coscenza che nasce dal basso.

Certo, oggi ci siamo sentiti impotenti di fronte al collasso informatico. Tuttavia, domani potremmo causarlo noi, ad esempio interrompendo contemporaneamente tutte le connessioni a livello mondiale. Facendo sentire impotenti e inutili le piattaforme, almeno per qualche ora.

È in questo spazio che si gioca la partita verso l’emancipazione e verso un uso che rimetta in equilibrio i rapporti di forza. Per qualcuno potrà sembrare pura utopia, ma io preferisco di gran lunga sentirmi soggetto attivo di un cambiamento, piuttosto che utente passivo in costante balìa di una dipendenza.

Non sarà che, proprio all’apice del loro potere, le piattaforme digitali ci stanno mostrando oggi il loro lato più fragile?

 

Consulenze per i noleggiatori

Studiamo con te le soluzioni più adatte per espandere il business della tua azienda nel mercato del noleggio

Rental Consulting

Formazione per il noleggio

Aiutiamo le aziende di noleggio a elevare le prestazioni del personale con corsi di formazione specifici

Rental Academy
Newsletter - RentalBlog

Iscriviti Qui alla Nostra Newsletter

Ricevi tutti i nostri aggiornamenti esclusivi sul mondo del noleggio

ARTICOLI CORRELATI

Rimaniamo in contatto!

Iscriviti alla newsletter per non perdere i nostri aggiornamenti.

Marketing a cura di