Finiremo per tutelare anche la nostra arretratezza?

In questi giorni, ma direi ormai da qualche mese, al centro della scena politica italiana sembra esserci esclusivamente il contrasto alla migrazione con ogni mezzo, con toni che stanno degenerando in modo preoccupante verso l’odio razziale. Al di là di ogni considerazione sul piano umano, questo atteggiamento rappresenta l’ennesimo esempio di miopia e arretratezza del nostro paese a livello di sviluppo economico. Peraltro, tra gli altri temi che affiorano in chiaroscuro, c’è sempre l’incubo del nostalgico ritorno alla vecchia lira, tema che tanto piace ai mercati e allo spread. Alcuni autorevoli esponenti dell’economia italiana come Tito Boeri, Presidente dell’Inps e Carlo Cottarelli, per qualche giorno incaricato da Mattarella alla formazione di un governo tecnico che portasse il Paese fuori dall’impasse post elezioni, hanno messo bene in guardia dai rischi di un’economia asfittica generata dall’eventuale escalation di atti politici sovranisti e protezionisti. Che dire, siamo orgogliosamente il paese di Fantozzi, perciò avanti tutta.
I paradossi del Made in Italy

Come scrive appunto l’Economist, l’ossessione italiana per la rivendicazione nazionale della pizza e per gli altri prodotti della “qualità italiana” la dice lunga sui problemi della nostra economia: siamo i migliori nel richiedere tutele sui prodotti tipici – 924 prodotti italiani sono “garantiti” dall’Europa, contro 754 prodotti francesi e 361 prodotti spagnoli – ma non siamo altrettanto bravi a vendere questi prodotti su scala industriale e planetaria. Uno degli elementi di cui un produttore ha bisogno è, infatti, una distribuzione in grado di raggiungere tutto il mondo; ma non esiste nessuna catena internazionale di questo tipo che sia italiana. Persino dentro i nostri confini, fatta eccezione per Esselunga, il mercato è in mano ai francesi di Carrefour e Auchan. Anche Eataly, la fin troppo celebrata iniziativa di supermercati che vende prodotti di qualità, sviluppa un fatturato di appena 400 milioni, e difficilmente può competere con i colossi della grande distribuzione, che hanno fatturati nell’ordine delle decine di miliardi di euro.
L’autolesionismo della tutela
Le ragioni di queste tattiche fallimentari sono da ricercare proprio nella sacralizzazione del “Made in Italy”. Scrive l’Economist: “L’Italia tradisce un innato protezionismo, piuttosto che imparare a competere sui mercati mondiali i produttori italiani chiedono aiuto dell’Europa per tutelare i loro marchi tradizionali e massimizzare le rendite che riescono a estrarre dal loro prodotti di qualità”. Un po’ come è avvenuto fino a qualche tempo fa anche nel nostro minuscolo mercato del noleggio. Ossessionati dalla tutela delle denominazioni, delle tradizioni e delle indicazioni geografiche, i produttori italiani hanno trascurato aspetti importanti come produttività, inventiva e distribuzione. A volte con dei clamorosi e ridicoli autogol.
Alcuni anni fa, i produttori della focaccia di Recco sono riusciti a ottenere una severissima certificazione: oggi una focaccia si può chiamare “di Recco” soltanto se viene seguita minuziosamente la complessa ricetta e solo se la focaccia viene prodotta nel comune di Recco e in un altro paio di piccoli comuni limitrofi. A dicembre, il “Consorzio focaccia di Recco” ha aperto uno stand alla fiera dell’artigianato di Rho dove distribuiva assaggi di focaccia di Recco. Quando sono arrivati i carabinieri, lo stand è stato chiuso e i gestori sono stati denunciati per frode alimentare. Infatti, se la focaccia si può produrre solo a Recco, e non si può surgelare e quindi trasportare, allora fuori da Recco non si può nemmeno mangiarla. Quindi anche uno stand promozionale dello stesso “Consorzio focaccia di Recco” è illegale. Di fatto, per proteggersi dalla virtuale concorrenza, i produttori della focaccia di Recco si sono tagliati ogni possibilità di crescere ed esportare il loro prodotto.
Un altro caso eclatante è quello di Roberto Brazzale, la cui famiglia produce da generazioni il Grana Padano. Brazzale ha trasferito la produzione in Repubblica Ceca, dove i costi sono minori e il latte è di qualità più alta. Il suo “Gran Moravia” è fatto seguendo i criteri di produzione italiani e viene riportato in Italia per l’invecchiamento: è probabilmente indistinguibile dal Grana Padano italiano, ma non può essere chiamato così. La valle del Po, spiega, non potrà mai produrre abbastanza latte da soddisfare la domanda mondiale di Grana Padano.
Tuteliamo il nulla

Vorrei comunque chiudere con una nota positiva: sempre l’Economist dice che se in una pizza si possono vedere molti dei mali d’Italia, in una pizza si può anche scorgere la sua possibile salvezza: i pomodori arrivano dal Nuovo Mondo, la mozzarella viene fatta con il latte di bufala, un animale dell’Asia portato in Italia durante le invasioni barbariche, il basilico arriva dall’India. E sono stati i migranti italiani a portare la pizza di là dell’oceano, negli Stati Uniti.
Il genio italiano si trova ancora nell’inventiva e nell’adattabilità, non in un’immaginaria tradizione canonizzata e protetta da autolesionistiche leggi promosse dallo stato.
PS: articolo ispirato da “La sacralità del Made in Italy è una rovina” pubblicato su Il Post nel 2016, a sua volta ispirato da un’analisi di Economist.
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