L’Italia dello zero virgola e il futuro che il noleggio continua a rimandare

Quale futuro per il noleggio?
futuro noleggio
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L’Italia non è in recessione: nel 2025 gli investimenti fissi lordi sono cresciuti del 3,9%, l’occupazione è salita, il deficit è sceso. Il 22 settembre l’Istat ha pure rivisto al rialzo il PIL: +1,1% nel 2024, +0,6% nel 2025.

Il problema comincia proprio qui. A giugno Istat prevedeva una crescita dello 0,7% sia nel 2026 sia nel 2027; la Commissione europea a maggio si era fermata a +0,5% e +0,6%, le stime più basse dell’Unione. Il 23 settembre l’OCSE ha alzato la previsione per quest’anno allo 0,9%, confermando però lo 0,6% per il 2027, sotto l’1% atteso per l’area euro.

Se è il ritratto di un’economia che regge, non è certo il film di un paese che accelera.

La differenza non è banale: una recessione genera allarme e obbliga a decidere. La crescita dello zero virgola ha invece la qualità perniciosa di diventare un’abitudine a cui non si fa più caso. Consente di annunciare ogni anno lo scampato pericolo, di festeggiare un decimale migliore delle attese e di rinviare la domanda che conta: quale Paese stiamo preparando per il futuro?

Mentre ci si divide fra lo 0,5 e lo 0,9, i nodi restano gli stessi da un quarto di secolo: la produttività è stentata, le imprese non crescono, l’energia è sempre più cara, la popolazione invecchia con un debito che toglie margini e speranze. Solo metà degli italiani paga le tasse, ma chi governa strizza l’occhio all’altra metà.

Il recente studio economico OCSE sull’Italia rimette queste cose al centro della diagnosi, mentre Governo e opposizione si occupano solo di inseguire gli elettori, quasi uno per uno. Il punto, quindi, non è rivedere ancora gli stessi problemi al centro della scena, ma capire perché continuiamo a portarceli dietro.

Cosa resterà del PNRR

Il PNRR vale 194,4 miliardi di euro fra sovvenzioni e prestiti, un capitale pubblico senza precedenti accompagnato da riforme timide. OCSE gli attribuisce buona parte della tenuta dell’economia italiana negli ultimi anni.

 

Quindi non conta quante cose abbiamo spuntato, è più utile indagare ciò che resterà. Il 31 agosto è scaduto il termine per gli ultimi obiettivi e Istat prevede che la crescita degli investimenti scenderà al 2,2% nel 2026 e allo 0,5% nel 2027, con una brusca frenata già dalla fine di quest’anno.

OCSE chiede di proseguire le riforme oltre il 2026 per evitare che le debolezze strutturali vengano archiviate insieme al Piano. Il monito sembra chiaro: si possono completare opere, incassare le rate europee e rispettare gli obiettivi amministrativi senza aver cambiato abbastanza la capacità del Paese di produrre valore. Sarà questo il vero giudizio economico sulla gestione del PNRR.

Giorgia Meloni

Più occupati, meno produttività

Il lavoro è uno dei pochi risultati che il Governo può rivendicare numeri alla mano. Nel secondo trimestre gli occupati hanno toccato 24 milioni 363 mila, 155 mila in più in tre mesi, soprattutto a tempo indeterminato, e il tasso di occupazione è salito al 63,1%.

Nell’Employment Outlook di luglio, OCSE fornisce però un termine di paragone che smorza l’entusiasmo: il record del primo trimestre, 62,8%, è oltre nove punti sotto la media dell’area (72,1%), con un divario ancora più ampio per donne e giovani. Siamo da record in casa, siamo fra gli ultimi fuori.

Poi c’è la produttività: nel secondo trimestre le ore lavorate sono aumentate dell’1,3% su base annua, il PIL dell’1%; il prodotto per ora lavorata, dunque, è diminuito. Certo, un trimestre non fa tendenza, ma la storia alle spalle è lunga: secondo OCSE la produttività del lavoro italiana cresce impercettibilmente dalla metà degli anni Novanta e ha gradualmente perso terreno nell’area euro.

Anche i salari seguono questa tendenza. Nel primo trimestre del 2026 le retribuzioni reali sono cresciute dell’1,3% su base annua, ma restavano del 6,1% sotto il livello del primo trimestre 2021: è il ritardo più ampio fra le grandi economie. Con il nuovo rincaro dell’energia, OCSE le prevede in ulteriore calo dello 0,9% entro fine anno.

Tutto torna, quindi: chi produce poco valore per ora lavorata ha poco spazio per alzare i salari, remunerare il capitale e finanziare l’innovazione. Prima di discutere di come distribuire la ricchezza, converrebbe ragionare su come produrla.

Piccoli per vocazione, piccoli per convenienza

Le piccole imprese sono l’ossatura del sistema nazionale e molte competono egregiamente: OCSE osserva che, a parità di dimensione, quelle italiane non fanno peggio delle concorrenti estere. La debolezza sta nella composizione del quadro: abbiamo poche imprese medie e grandi, cioè quelle che investono, innovano e producono di più.

Il Pil e l'economia italiana rimangono stagnanti

 

Il paradosso è che le politiche nate per sostenerle rendono meno conveniente crescere: soglie dimensionali, regimi agevolati e deroghe fanno sì che superare una certa taglia significhi perdere benefici e assumere nuovi costi. Si aggiungono problemi di accesso al capitale, oneri di compliance e qualità manageriale, critica soprattutto nelle aziende familiari chiuse al management esterno.

Vista così sembra anche la foto di gruppo del settore del noleggio, si sorride a denti stretti, qualcuno fa le corna a qualcun altro. Per decenni abbiamo protetto la piccola impresa: sarebbe ora di chiederci se non l’abbiamo protetta anche dalle possibilità di diventare grande.

Quando la dimensione diventa un limite alla produttività, smette di essere la vetrina dei gioielli imprenditoriali e diventa una questione irrisolta della politica industriale.

Il brutto vizio dell’incentivo a tempo

Il limite più riconoscibile della nostra politica economica è affrontare problemi strutturali con strumenti temporanei, sempre buoni nell’infinita campagna elettorale di casa-Italia.

Transizione 5.0 è il case study perfetto: introdotta nel 2024 per sostenere investimenti che coniugassero digitalizzazione e risparmio energetico, è partita con un utilizzo inferiore alle attese e nel 2025 requisiti e procedure sono stati modificati. Ritardi e incertezza possono aver indotto alcune imprese, soprattutto quelle con maggiori vincoli finanziari, a rinviare gli investimenti.

La legge di bilancio 2026 ha poi sostituito i crediti d’imposta di Transizione 4.0 e 5.0 con l’iperammortamento, il cui decreto attuativo è arrivato soltanto a maggio. Ogni intervento può avere una sua logica, ma è la sequenza delle modifiche a preoccupare. Un’impresa che acquista un impianto ragiona su un orizzonte di anni, mentre la politica cambia le carte prima che l’investimento abbia avuto il suo ritorno.

OCSE stana tutte le misure temporanee e sovrapposte fra i programmi e i livelli amministrativi e ci raccomanda l’opposto: meno misure, valutate meglio, più stabili.

Lo stesso vale per il lavoro, dove OCSE suggerisce di sostituire i bonus episodici con un taglio permanente del cuneo sui redditi bassi.
La durata di uno strumento dovrebbe essere coerente con quella del problema che pretende di risolvere. Un incentivo può accelerare una decisione ma difficilmente genera un ambiente nel quale conviene investire anche quando l’incentivo finisce.

Energia, fisco, debito: il prezzo della fragilità

Il rapporto OCSE rileva prezzi dell’energia più alti di quelli di molti partner commerciali, in parte per la dipendenza dal gas importato e per le rinnovabili frenate da ritardi autorizzativi. Per un’impresa manifatturiera la bolletta è prima di tutto un costo industriale. La transizione energetica dovrebbe essere parte della politica industriale molto prima di essere una seducente comunicazione ESG.

Intanto, i margini dello Stato si restringono: nel 2025 il deficit è sceso dal 3,4% al 3,1% del PIL e il saldo primario è salito allo 0,8%; ma la pressione fiscale ha raggiunto il 42,9% e il debito, anziché calare, è passato dal 134,2% al 136,7%.

Nelle previsioni di primavera, la Commissione europea lo segnala al 139,2% nel 2027. Pesano molte scelte scriteriate degli anni precedenti, bonus edilizi in testa, ma resta un fatto: con questo debito e questa pressione fiscale serve più che mai una crescita concreta.

ricambio generazionale noleggio

Quando il denominatore è sempre lo zero virgola, ogni problema di finanza pubblica si aggrava e c’è poco da rivendicare la solita aria fritta.

Il futuro è anche un problema demografico

Secondo lo scenario mediano delle previsioni Istat, i residenti passeranno dai 58,9 milioni del 2025 ai 55 del 2050. Ma il dato che pesa è un altro: la quota di popolazione fra 15 e 64 anni scenderà dal 63,4% al 55,3%, quasi sette milioni di persone in età lavorativa in meno. Sono “solo” degli scenari, soggetti a incertezza, ma l’invecchiamento è una tendenza irreversibile.

Con meno persone al lavoro bisognerà produrre più valore reale da subito, usare meglio il capitale, automatizzare, attrarre competenze e talenti. È esattamente lo scenario in cui il noleggio si gioca il suo futuro, un futuro che, a differenza di una legge di bilancio, non si riscrive ogni dicembre.

Penso a quanto sia ancora drammaticamente attuale il breve saggio La solitudine del riformista che Federico Caffè ha pubblicato nel 1982. Moderno, quanto inascoltato.

Governo e opposizione, due facce della stessa incapacità

La stagnazione della produttività attraversa governi di ogni colore, stagioni di austerità e mesi di spesa: molte debolezze attuali precedono di decenni le scelte di Giorgia Meloni e dell’attuale maggioranza. Un Governo però si giudica soprattutto sui problemi ereditati che ha saputo affrontare con successo. A quasi quattro anni dall’inizio della legislatura e in chiusura della stagione del PNRR, la domanda è: quanto è cambiata la traiettoria?

OCSE riconosce le poche riforme fatte, ma elenca gli stessi ostacoli di sempre, dai costi di adempimento fiscale ai mercati dei capitali poco profondi, fino alla scarsa innovazione privata.

La politica italiana conserva una notevole disinvoltura nel ricorrere a bonus, crediti d’imposta e deroghe. Molto più rare sono le riforme che eliminano i privilegi, semplificano le regole, impongono la valutazione pubblica dei risultati e chiudono i programmi inefficaci, quelle cioè che pagano elettoralmente solo dopo qualche anno.

Anche l’opposizione ha un mestiere preciso: costringere il Governo a misurarsi con un’alternativa migliore. Contestare un provvedimento in TV è la parte facile, quello che manca è spiegare che cosa dovrebbe sostituirlo, quanto costerebbe, chi lo pagherebbe e con quale risultato misurabile.

Maggioranza e opposizione hanno responsabilità diverse ma corrono lo stesso rischio: discutere con grande intensità del nulla e sollevare polveroni mentre il futuro resta senza una rappresentanza credibile o, quantomeno, non inquietante come quelle che si profilano all’orizzonte.

Dove entra il noleggio

Se tutto questo può sembrare una digressione politica, è esattamente il contrario. Un’economia che cresce poco, con capitale costoso, fatta di PMI, costretta ad accelerare sulla tecnologia e con sempre meno persone per lavorare è l’ambiente ideale in cui l’accesso alla capacità produttiva conta più della proprietà degli asset.

È qui che il noleggio può assumere un ruolo economico più ampio di quello che gli viene abitualmente riconosciuto. Un’impresa che usa un bene solo quando serve non immobilizza capitale, accede a tecnologie più recenti, trasferisce il rischio di obsolescenza a un operatore specializzato e adegua più in fretta la propria capacità alla domanda.

KPI per comprendere quali clienti vale la pena servire nel noleggio

In Governare il noleggio ho descritto questo passaggio come l’evoluzione da fornitore di asset a funzione economica che migliora l’allocazione del capitale produttivo, portando alle PMI capacità che non potrebbero acquistare. Il libro però giunge a una conclusione meno consolatoria: questo ruolo non spetta al settore per diritto acquisito, andrebbe conquistato sul campo.

Crescere senza aspettare il Paese

Per anni il noleggio italiano ha chiesto, con voce sempre flebile, riconoscimento istituzionale e regole adeguate e dovrà continuare a farlo. Ma sarebbe imprudente costruire una strategia industriale aspettando una politica più lungimirante e sventolando di tanto in tanto qualche effimero successo.

Se l’Italia dei prossimi anni sarà davvero quella dello zero virgola cronico, il noleggio dovrà comunque trovare la propria crescita dentro un’economia che stagna, e senza piangersi addosso. Questo significa sottrarre quote alla proprietà, dimostrare con i numeri quando usare un bene vale più che possederlo, trasformare i dati di utilizzo in consulenza, aggregare un mercato frammentato, formare manager e diventare abbastanza trasparente da attrarre capitale.

Dovrà smettere di misurare il proprio valore sul prezzo giornaliero di una macchina e impegnarsi con ogni mezzo a diffondere che il vero prodotto del noleggio moderno è la capacità produttiva resa disponibile: uptime, flessibilità, capitale liberato, rischio evitato.

Se sapremo misurarla e comunicarla bene, potremo anche dimostrare alle istituzioni che il noleggio non è una nicchia commerciale in cerca dell’ennesima agevolazione, ma una componente dell’infrastruttura produttiva del Paese. E presentarci alla politica con una domanda migliore: non che cosa possa fare lo Stato per il noleggio, ma che cosa impedisca al noleggio di fare di più per l’economia italiana.

Il futuro che continuiamo a rimandare

L’Italia ha la curiosa capacità di aggiornare il proprio vocabolario lasciando intatti i problemi. Parliamo di intelligenza artificiale, reshoring e capitale umano, poi torniamo ai numeri e ci ritroviamo nei problemi di sempre.

Chiusa la stagione del PNRR, continueremo a misurare il successo ascoltando i monologhi del Governo da Vespa, sperando in nuove agevolazioni distribuite a pioggia, o impareremo a decifrare la qualità reale dell’economia rimasta in piedi?

Nel mio libro sostengo che il noleggio del futuro non sarà definito dalla quantità di asset posseduti, ma dalla qualità con cui saprà governarli e trasformarli in valore per il cliente. Un Paese funziona allo stesso modo: capitale, lavoro, tecnologia e denaro pubblico sono risorse, la prosperità dipende da come vengono impiegate.

Possiamo continuare ad aspettare il prossimo decimale di PIL per decidere se essere ottimisti o pessimisti. Oppure chiederci quanto valore sapremo costruire con quello che abbiamo. La politica dovrà rispondere della propria parte. Il noleggio farebbe bene a cominciare prima possibile a mettere mano alla sua.

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